Evil Face

La faccia del male
A cura di Fabrizio Urettini & Studio Orange
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Testi di: Ando Gilardi, Sergio Polano, Matteo Segna, Arnaud Velda.
Collaboratori: Stefano Bernardi, Alessandro Chinazzo, Paolo Guolo, David Sheen.
Sonorizzazione: Lorenzo Tomio.
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Area download: http://www.evilface.org/download/
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Inaugurazione
Venerdì 14 Dicembre
alle ore 18.00

Spazio Paraggi
Aperto dal mercoledì al sabato dalle 16.30 alle 20.00
Chiuso la domenica e i giorni festivi
Via Pescatori, 23
31100 Treviso
http://spazioparaggi.it
info@spazioparaggi.i
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Evil Face La faccia del male

Identificare, schedare, classificare, archiviare. Le immagini contenute in questa rassegna sono state concepite per assolvere, nelle nostre società burocratiche, queste semplici e fondamentali funzioni “meccaniche” di sorveglianza e di controllo.

L’uso giudiziario dei fotoritratti, “genere” solitamente trascurato dalle storie ufficiali, nasce poco dopo l’invenzione della fotografia, come se il primo riflesso, quello di puntare l’obbiettivo verso l’uomo, contenesse già al suo interno un impulso a sequestrarlo –possedendone l’immagine– per poi rinchiuderlo in qualche luogo (in una galera, in un manicomio, in un archivio). L’idea di “acquisire” l’immagine per “requisire” il criminale aveva un senso molto preciso a metà dell’ottocento, epoca in cui compaiono i primi ritratti segnaletici: la fotografia mostrava allora (e questo mito si dimostra ancora oggi quanto mai tenace) una capacità quasi prodigiosa di generare repliche “matematicamente” perfette della realtà, al punto da trasformare il ritratto e il suo soggetto nella medesima cosa.

L’apparecchio fotografico diventa allora uno strumento di misurazione; (ab)usato dalla neonata psichiatria per diagnosticare la malattia mentale, passa quasi subito, grazie all’equazione positivista pazzo=delinquente, nelle mani degli antropologi criminali per indagare nei segni del volto, nelle cicatrici, nelle deformità altrettante prove delle tendenze umane alla delinquenza.
Prima di diventare uno strumento di indagine (o un semplice strumento precauzionale), la fotografia segnaletica è stata una disciplina clinica, un sistema di classificazione dell’ “uomo delinquente”. E’ forse anche a causa di queste origini che le foto giudiziarie, se da un lato ci sembrano espressioni di un grado minimo della fotografia: neutro, pragmatico, impersonale (una fotografia senza fotografi), dall’altro si rivelano invece oggetti complessi, problematici, stratificati. Lo scatto fronte/profilo (parte culminante di quel rituale che i manuali di polizia chiamano “presa segnaletica”) rivela il desiderio di possedere e controllare il soggetto, trasferendolo su un piccolo dispositivo facilmente maneggiabile: il cartellino, sorta di spietata immagine di sintesi (fotografica, ma anche grafica e testuale) della persona umana.

La fotografia giudiziaria, ci è però drammaticamente familiare anche per un altro motivo: il discorso pubblico ha ben presto imparato a sfruttare e manipolare con profitto l’aura “oggettiva”, il presunto valore di evidenza scientifica del ritratto del delinquente, per esibirlo come “prova” e suscitare ogni giorno l’allarme intorno a un crimine sempre incombente, vicino e minaccioso. “Se cercate la Faccia del Male –ci dicono–, eccola lì”.
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Evilface

Identify, register, classify, file. The images in this collection were all created to satisfy the simple and fundamentally “mechanical” operations of surveillance and law enforcement required by our society’s obsessive bureaucracy.

Using mugshots for judicial purposes (a genre that is often ignored by official history books), is a development that seems to have taken place immediately the art of photography came into being. It is almost as if the initial urge to point a camera at someone’s face coincided with the impulse to seize the image, possess it and lock it away in a gallery, an asylum or a file. The idea of “capturing” the criminal with a photograph had a very precise meaning in the mid nineteenth century, the period in which the first mugshots were taken. This was the time when photography began to demonstrate its ability to generate mathematically perfect copies of real life (a myth so powerful that it continues to this day); an ability so prodigious that it seemed to turn the person and their portrait into the same thing.

The camera therefore became a measuring instrument, (ab)used by the newborn discipline of psychiatry to diagnose mental illness. From there, thanks to the positivist formula of mad=delinquent, it passed, almost immediately, into the hands of the criminal anthropologists who were eager to find proof of human delinquent tendencies in facial measurements, expressions, scars or other deformities. Before becoming an investigative instrument (or simply a precautionary instrument), mugshot photography was a clinical discipline, a system for measuring and classifying human delinquency. It is perhaps also because of these origins that, even if on one hand, judicial photography seems to be the lowest expression of photography, neutral, pragmatic and impersonal (photography without the photographer), on the other, it is clearly complex, problematical and deeply layered. The front/side view mugshot (the culmination of the ritual that Police Manuals call “taking a booking photograph”) clearly reveals the desire to possess and control the person in question, by transferring them onto a small, handy negative. After all, with its mugshots, fingerprints, personal details and descriptions, there is surely no more ruthlessly succinct picture of a human being than a police file.

Judicial photography is dramatically familiar for another reason too. The establishment quickly learnt to exploit and manipulate the camera’s aura of “objectivity” and the alleged scientific worth of a delinquent’s photograph. The mugshot soon became an exhibit to be used as evidence, and more disturbingly, an icon to create a daily atmosphere of alarm by making crime seem more threatening and closer to home. “If you want to see what the real face of evil is like,” they seem to say, “look at this!”