Non facciamoci del male…
Tracce lievi della memoria, ad usum FUProemio in primis
(Molta punteggiatura qui al principio almeno, tanto è gratis – la punteggiatura – , un po’ studiata ma spontanea – direbbe un vitalista come GC –, mi ci provo, e stile ritmato, alla HH, vorrei!, che ho persino anche letto, per equilibrare l’Ando, non il Tadao!, che ho appena proprio letto: magnifique!). Fabrizio mi chiede. Di scrivere. Io rispondo. Cioè scrivo. Usomio. Usodimare. Non si può dir di no a un amico. Lui è un amico. Una volta era uno studente. Anche mio. (È un mio affettivo ed effettivo, non possessivo, ché non possediamo niuno, nemmeno noi stessi). Era studente di una scuola che non c’è più, Rip! Io c’ero. Soprattutto, c’erano dei (veri) professori. E veri studenti: gran fuori corso, ripetenti incalliti, coi loro sacrosanti interessi personali. Non ci sono neppure loro, ormai. Adesso me ne vado, a buon motivo, credo, senza rancore. Amen! Tiremm innanz… Era lo studente più meglio, quell’anno. Perciò fu bocciato, in un certo senso. Non ebbe il premio finale. Fu la sua fortuna, secondo me. Non andò infatti in un sedicente seducente centro ricerche – su un non meglio definito (da loro) comunque ambiguo e anche nojoso fenomeno aka comunicazione – di una primaria azienda nordestina, che si pretenderebbe (il centro) scuola e a me non pare ma forse parlo di cose che non mi competono e di cui forse non son neanche competente e alla fine poco so, come tutti. L’educazione superiore del (Bel) paese comunque mi sta a cuore ma adesso siamo proprio malmessi, in malemani. Adesso fa il grafico, Fabrizio, davvero, lui, da vero progettista. Bravino, anche, e abile. A dirla tutta, sono in due, come è giusto in questa specie di teamwork di invenzione e sviluppo. Ed ha ancora i suoi sacrosanti interessi personali. Come questo, della mostra, intendo dire. Di cui abbiam parlato un po’ assieme. Adesso ci fa una mostra. Bene. Fa bene: bisogna condividere. Si fa scienza e sapere solo così. Dicono. Finito il proemio.
Svolgimento intermedio – intermezzo o entr’acte
(A star fermi fa freddo, persino in studio, son le 2 e mezza della notte, mi son messo la felpa – nda).
Ancora ricordi. Ma più circostanziali. Da bimbo, o quasi, ebbi la fortuna di leggere il mitico “Tintin” versione italica, della Dulciora sponsor. Ove fui folgorato, sulla via di Genova, dal maestro G Remi, in Arte Hergé (di cui ho scritto un inedito cronologio o, meglio, una trenodìa), primus inter pares della ligne claire, e ammaestrato (facevansi ivi anche un po’ di educazione, nevvero, o meglio acculturazione di base, sia pur spesso criptofilogallica, ça va sans dire) lateralmente su Bertillon e il suo metodo. Quoto la Wiki: “Alphonse Bertillon (22 avril 1853 – 13 février 1914) est le fils du statisticien Louis-Adolphe Bertillon et le frère cadet du statisticien et démographe Jacques Bertillon. Il fonde en 1870 le premier laboratoire de police scientifique d’identification criminelle et invente l’anthropométrie judiciaire appelée système Bertillon ou bertillonnage, un système d’identification rapidement adopté dans toute l’Europe continentale, puis à Londres et à New York, et utilisé jusqu’en 1970”. Ne rimasi affascinato, tant’è che me ne ricordo ancora, persino le vignette, ve le potrei descrivere alcune. Poi mi capitò, un po’ più grandicello, di progettare nel 1981 l’allestimento della mostra Nascita della fotografia psichiatrica, con l’archiMarras Nicola amico mio (in seguito collaboratore del Cici C, vi par poco?) e partner in progetti mostrativi vari, presso l’Asac de la Biennale di Venezia, Ca’ Corner della Regina (sempre pericolante e perigliosa sede), designers del catalogo Messina-Montanari Udine, su incarico del conservatore, prof Wladimiro Dorigo, buonanima, uomo di straordinaria rettitudine e qualità. E lì, apriti cielo (ed inferi). Mesi a studiare la questione e le immagini, con uno scholar del calibro di Franco Cagnetta, e montagne di materiali affascinanti e in taluni casi repellenti, da organizzare in esposizione, su una struttura sperimentata da noi in altre mostre interessanti già qual cimento in sé, come Ottant’anni di allestimenti alla Biennale, per dirne una, curata dal Nico Romanelli, oggi civico direttore dei musei municipali di Venezia. Traccia indelebile, personalmente, la mostra sulla fotografia psichiatrica, per le mille cose imparate facendo, come sempre accade a chi fa, e il particolare clima che l’accompagnò. Fortuna juvat audaces!
Conclusioni problematiche, si vorrebbero (almeno…), circa
1 . l’immagine
Sul tema dell’immagine (questo è, alla fine), non si può non richiamare il buon Roland B, che, se conoscete il brano, chiedo venia, ma chi non, magari è utile. Il quale RB spiega che “L’immagine, in quanto segno, in quanto elemento di un sistema di comunicazione, ha un considerevole valore impressivo. Si è tentato di studiare questo potere di choc ma occorre essere molto prudenti: in quanto segno, l’immagine comporta una debolezza, diciamo una difficoltà notevole, che risiede nel suo carattere polisemico. Un’immagine irradia sensi differenti, che non sempre sappiamo padroneggiare; per il linguaggio, il fenomeno della polisemia risulta notevolmente ridotto dal contesto, dalla presenza di altri segni, che indirizzano la scelta e la comprensione del lettore o dell’ascoltatore. L’immagine si presenta invece in modo globale, non discontinua, ed è per questo che è difficile determinarne il contesto. Così, ciò che l’immagine guadagna in impressività lo perde spesso in chiarezza. Non bisogna dimenticare che la comunicazione è solo un aspetto parziale del linguaggio. Il linguaggio è anche una facoltà di concettualizzazione, di organizzazione del mondo, e dunque è molto più della semplice comunicazione. Gli animali, per esempio, comunicano molto bene tra loro o con l’uomo. Ciò che distingue l’uomo dall’animale non è la comunicazione, è la simbolizzazione, cioè l’invenzione di segni non analogici. Allo stato attuale, l’immagine rientra soprattutto nella sfera della comunicazione. È stato detto e ripetuto che siamo entrati in una civiltà dell’immagine. Ma si dimentica che praticamente non c’è mai immagine senza parole, siano queste sotto forma di legenda, commento, sottotitolo, dialogo”.
(Son le 3 e venti e dovrei/vorrei finire – nda).
2 . la storia
Imho, uno dei primi ineluttabili doveri dello storico onesto (altrimenti non può far lo storico, mestieraccio scomodo che tenta la via della provvisoria verifica dei poteri, e fa lo scribacchino, come tanti: la storia è una, certo, e non per questo unitaria lineare semplificabile; semmai, una e complessa), specialmente in tempi ambigui e confusi come i nostri di tramonto e trapasso al futuro che si fa ed è già presente in crisi perenne, è di dar voce agli afoni, ai senzastoria, agli esclusi, ai muti o ammutiti, ai perdenti e perduti. Si sa, chi vince scrive la storia; a chi perde, resta, quantomeno resterebbe, la politica, ha spiegato M Tronti. Chi perde è debole, altrimenti non perderebbe. Perciò, chi vince non è il più buono: è almeno un pochino più forte (e talora anche più cattivo) del perdente. Sembra un paradosso. Invece è logica. Ed è logico, e aggiungerei giusto (se ancora è lecito parlare di quel sottendono le galliche liberté egalité fraternité dei cugini transalpini, senza che trascendano o s’in*******, come canta Conte), che il Nostro, il Fabrizio, voglia tentare questa restituzione anche lui, a modo suo, attraverso i suoi sacrosanti interessi personali. Ed ecco perché – a mio avviso – vuol far parlare o, quantomeno, vedere immagini che hanno ritratto e attratto anime e uomini, corpi e volti senza parola, almeno adesso che son fuordicontesto e fuordimemoria diretta.
Voce, si gira – e s’apre il sipario, e si levan le tende…
Inaugurazione mostra, giammelavedo – prego, entrare, cittadini, che vi mostro il criminale che è in noi!
Divertitevi, e pensate…
(Ho finito! Adesso si dorme, mascherina!, son le 4 ormai – nda)
Sergio Polano
